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13533310_10210278853673705_5942369914591683014_nCome ormai consuetudine, i compleanni si festeggiano anche sui social, soprattutto su Facebook che quotidianamente ci ricorda a chi dobbiamo degli Auguri. Ieri è toccato ad un mio carissimo amico, Franco Papalia, fare il compleanno e, mentre gli facevo gli auguri, ho notato che aveva cominciato a scrivere il racconto breve della sua vita. Allora l’ho seguito per tutto il giorno, tanto era avvincente il suo racconto. La nascita, la formazione, la professione, la vita: filo conduttore multiplo su cui si è dipanata la storia di quest’uomo (oggi anche affermato professionista medico con una grande passione per l’orto) che ha punti in comune con la mia di storia: partito da un paesino della Calabria (Delianuova, dove io stessa sono nata) e arrivato in Piemonte (a Torino, dove io stessa sono arrivata) senza mai aver lasciato la Calabria (come io stessa non l’ho mai lasciata). Fino a quando, a sera, ha concluso e si è congedato dagli amici ringraziandoli e dando appuntamento all’anno prossimo.
Ecco che allora mi è balenato un pensiero: i post di Franco adesso andranno “perduti”, diluiti nella liquidità di Facebook che fluisce velocemente, come fermarli? Trovato! Li metto insieme e li pubblico sul mio blog.
Col permesso di Franco che ha autorizzato ciò e ha fatto un lavoro di editing (dato che è abituato a dettare e si fa fregare dal T9), ecco qui di seguito l’istantanea dei suoi post scritti oggi, raccolti in un unico brano. Buona lettura e di nuovo Buon Compleanno a Franco!

Facebook, in fondo, non è una cazzata.

Discutiamo, ci arrabbiamo, si intessono amicizie, impariamo, insegniamo. Non è una brutta cosa.

Ma una cosa molto importante, in Facebook, é il compleanno; non per ricevere gli auguri, che sono sempre graditi, ma prevalentemente perché ripercorri la tua storia.

Il mio passato spesso lo ritrovo al cimitero del mio paese, dove, attraverso le foto, ricordo episodi. In Fb mi succede la stessa cosa: ogni foto, ogni nome e cognome, sono un pezzo della mia storia, che mi ha arricchito e mi ha fatto arrivare qui dove sono.

Nato a Roma il 3 7 1958. Prematuro, il destino era segnato, sono stato 7 giorni in una incubatrice: inizio di deprivazione :’) :-). La mia povera e grande mamma si faceva quotidianamente chilometri per venire a vedermi e per andare a trovare mia sorella. Eravamo borgatari (Acilia), altro segno del destino :-)

In quel posto caldo, l’incubatrice, stavo da Dio, era all’ospedale di San Camillo.

I genitori, incoscienti, mi hanno portato via per conoscere il mondo. Mannaggia! Possibile che quando uno sta bene deve sempre cambiare? Nella madre lingua ;-) si dice “stavi bonu unu fino a chi voli l’atru.” E così mi hanno portato a conoscere altri luoghi (Acilia) ed altri bambini: le mie sorelle Rosa e Mimma ed i miei cuginetti Tonino e Fortunato.

Stare in una borgata romana poteva deviare i geni che da millenni vengono trasmessi. I miei genitori hanno pensato in modo giusto, per una salubrità fisica e mentale, evitando delle pericolose contaminazioni. Quindi mi portarono in quel Collegio per temprarmi fisicamente e mentalmente, ovvero l’Aspromonte, precisamente Paracorio, Delianuova.

Ad accogliermi c’erano Giovanni Versace, Michael Rechichi, Michael Ferrabetta, Pina Princi, Edward Rossi, Enzo Comandè, Vincenzo Pugliese, Vincenzo Papalia, Nino Madaffari, Rosa Tropeano, Rina Lucia Strano , Annunziata Mammone, ecc. ecc.

Ora vi chiederete: perché giusto in  quel paesino? Dovete sapere che me lo sono chiesto anche io, ma ancora non mi sono dato una risposta. Forse il mondo concentrato in pochi chilometri, la sintesi… Da ciò deriva il fatto che i miei compaesani sono di poche parole, molto poche.

Un paese é anima, corpo, vita. Dinamiche psicologiche, debolezze, violenza, drammi e gioie, ovvero emozioni forti.

In questo il mio paesino eccelleva. Come si sa, i terroni nascono col sole dentro, con tutto il rispetto per i nordici naturalmente :-). Il sole produce energia con reazioni degli umani inusitate, ed il cibo era ed è un aspetto importante. Per una mamma del mio paese, vedere il suo bambino cerusu (bianchiccio) è sintomo di malattia. Il bambino deve essere roseo o, ancor meglio, rosso rubizzo. Quindi solo il cibo può dare questo colore.

Certo l’energia del sole provoca anche turbamenti ormonali e, grazie a questi, sono nate le altre due sorelle, Grazia ed Antonella. Così la famiglia era composta. Come vedete sono vissuto in un gineceo con la capostipite femminile Mariuzza. Donna  figlia del sole e piena di energia. Da noi si dice briganti a coloro i quali non hanno paura di niente, affrontano tutto con coraggio e determinazione. E briganti era Mariuzza.

Il piccino Franco, Ciccio o Francesco (a volte mi sento tripolare) cresceva in un paesino ed in una famiglia composta quasi di tutte donne. Coccolato? Per niente. Se le donne hanno il potere, riescono ad essere molto piú efficaci e giuste rispetto al genere contrapposto; così è stato. A parte qualche crisi convulsiva febbrile, altro elemento determinante per il futuro :-) :-) , il bambino Franco cresceva bene temprato dalla briganti , brigantesse, rruga (via) e paesino.

Non certo coccolato, ma re-spon-sa-bi-liz-za-to. La rruga era una famiglia allargata, ogni mamma era la mamma di tutti. Guai a chi sgarrava, pena punizioni, spesso corporali, efficaci. Non esisteva che la mamma di turno non potesse sgridare il monello di turno! Di qui la furbizia del monello sgridato a star zitto, per evitare altre conseguenze pesanti: l’ira della propria madre. Quindi un sistema educativo efficace.

Da noi non era difficile venire a contatto con cattive compagnie. Molti miei conoscenti d’infanzia adesso non respirano piú.

Dalla famiglia allargata si passava alla società vera e propria: le istituzioni e la Chiesa.

Il mastru, ovvero l’artigiano, vera istituzione in un paesino. Sfruttamento minorile? No, sistema educativo. Attraverso l’utilizzo delle mani si cresce quanto leggere un libro. Quindi il sarto, falegname, idraulico, muratore, elettricista e via dicendo…  Li ho fatti tutti dall’età di 6 anni. Non mi sono sentito sfruttato:ho appreso molte conoscenze, ho forgiato un corpo alla fatica. Piccola parentesi: se è vero che la crescita deriva dall’esperienza, ogni esperienza è funzione di crescita. Non solo gli occhi ma tutto il corpo manda messaggi al cervello, in particolare le mani, organo molto rappresentato nell’homunculus, (ogni tanto me la tiro :-) ).

In un paesino non puoi fare a meno della seconda istituzione: la Chiesa. La nostra era rappresentata da don Villivá che curava le anime ma anche l’educazione. E come le curava! :-) :-) :-) Rina Lucia Strano, Piera Leuzzi, Grazia, Antonella Papalia, Antonella Pugliese, Francescantonio Infantino, Franco Gaetano Caminiti, Franco Rossi,  Francesco Strano, Angela Rositani, Fausta M. P. Rositani Angelo Casella, Angela Strano, Mara Rechichi ed altri.

Mi corre l’obbligo di ricordare a tutti quelli nati dopo di me, che forse, nella loro presentazione a Dio con battesimi, comunioni  o cresime, io sono stato un loro testimone in quanto chierichetto assiduo, come nel caso di MariaRosa Rechichi.

Certo la mia anima era al sicuro, anche lo spirito, ma la vita é troppo monotona se ti ingabbi nei dogmi. Per una mente come la mia, era morire.

Mi imbattei in una trasmissione radiofonica, la radio e la musica erano e sono sempre state mie compagne di vita notturna che mi aprì al mondo: Supersonic, dischi a Radio due. Sigla d’apertura: In a Gadda da vida degli Iron Butterfly: psichedelia pura, e addio chiesa, e addio chierichetto.

Ci avevano tentato, a portarmi al seminario, ma per fortuna mia mia madre si oppose. Le mamme meridionali sono delle chiocce, vogliono vedere ed avere sempre sotto controllo la loro nidiata.

Sarà stata la musica, la radio, le impellenti montate ormonali, la strada cambiò ed il rosario, da una Ave Maria o Pater Noster diventò “viva Marx viva Lenin viva Mao Tze Tung!

Emigrai per i miei studi superiori a Santa Eufemia d’Aspromonte, grande emigrazione :-) :-),  ed incontrai altri paesani: Nino Cutri, Teresa Condina, Pina Crea, Angela Forgione ed altri. Ma quel posto mi stava stretto e fui bocciato :-) :-)

Erano gli anni della rivoluzione, cambiamenti epocali ed anche nel paesino queste cose si sentivano. Ci fu un trasbordo di chiese dal crocifisso alla falce e martello, da Santo Santo il signore a El pueblo unido. Erano i tempi di “boia chi molla” e noi, nella nostra bettola di sezione di FCGI, ad urlare col megafono ai compaesani che tornavano dalle manifestazioni “fascisti carogne tornate nelle fogne”. Erano i tempi in cui alla chiusura delle campagne elettorali si stava fino alle sei di mattina per strappare i manifesti degli avversari ed incollare i nostri.

Erano i tempi in cui io, Geremia, Rafeli passavamo serate intere a sentire Guccini nella 500 familiare color nocciola. Minchia che depressi:-) :-). Ogni tanto, per completare l’opera, un pizzico di de André.

Poco tempo fa, un amico ritrovato, Nino Madaffari, vive in Australia, mi disse: “Tu mi piacevi perché strano, fuori dagli schemi”. Vero. In effetti, il mio paesino, che mi ha dato tanto, mi stava stretto. Volevo conoscere, mi piacevano il mondo, la gente le culture.  Il primo passo fu andare a fare la stagione estiva a Sanremo io, Celestino, Mimmo e Pino. In quell’anno fui rimandato. Ho rischiato senza studiare e, finalmente, promosso. Partiamo di nuovo, a fare la vendemmia in Francia.  In quell’ambito ho rischiato il matrimonio. Un signore marocchino a tutti i costi mi voleva dare in sposa sua figlia :-) :-) :-). I genitori mi hanno sempre amato:-) :-)

Fremevo, ero nel paesino ma c’era solo il mio corpo, la testa era altrove. Esaurito? Finito il liceo io ed un altro Mimmo partiamo in autostop ad insaputa dei briganti e girammo l’Italia e un po’ di Europa. La scusa era scriverci all’università.  Stazioni, ponti, spiagge erano i nostri giàcigli notturni.

Dopo tutte queste peripezie, approdai a Pavia.  Un sogno. Gente aperta al dialogo. Il paesino che si prolungava. Vero che era il mondo. Vero che si parlava di tutto. Ma era anche vero che era il mio paesino, coi suoi valori, la sua gente, i suoi luoghi, il suo sole. Ci sono momenti che l’ho odiato. Adesso non piú io sono il mio paesino.

Pavia: Enzo la Rosa, Mariagiovanna Guglielmini, Cristina Grande, Miriam Grande, Fulvio Avantaggiato, Gianni Saccá, Pietro Bardoscia, Chiara Carsana Grazia Bossi,Grappa, Antonella Papalia e, soprattutto, Franca sono Pavia.

Pavia con la sua nebbia, le sue zanzare, il suo Ticino, la sua università. Le biciclette rubate e riadattate con una mano di vernice. Terrorismo. Morti. Ogni momento si scendeva in piazza per riaffermare la democrazia.  Grande bevute ed altro. Pavia=crescita intellettuale. Nel collegio c’era il mondo. Nella piazza il mondo. Momenti di sconforto, depressione, esultanza:vita vissuta. Dieci anni sono lunghi da raccontare. Ma sono stati gli ANNI. Da ragazzo ad adulto e pronto per altre mete, o metà: Torino.

Torino: il passato recente OIRM.

Da studente a medico.  Dal Collegio Fraccaro a via Pergolesi: il baratro. Una città grigia, ostica, senza soldi. Con Giuseppe Giunta, tre in un monolocale. Febbraio ‘89. Il bus18 lento come la morte. Io ed il mio walkman, due inseparabili. Sempre la stessa musicassetta: Simple Minds. Certo non aiutavano ad essere allegri! Persi tutto: le mie Sorelle, i miei amici, le nostre passeggiate in bici , le nostre camomille,  i cineforum, le cazzate , gli scherzi. Torino odiata, Torino che non accoglieva, Torino; un primario. Patrizia Cadau, Laura, Maria Pia Genna Occhipinti, Rosaura Pagliero, Enrico Incarbone, Carla Robaldo, Lucia Carla Peirotti, un primario.

Torino allora non era come quella di adesso. Una città brutta. Era il mio stato d’animo. Il lutto. Persi veramente tutto. Svegliarsi un mattino e aver cancellato tutto. Zac, colpo di spugna! Mai fare confronti tra presente e passato. Il Palazzo rosa luogo di sofferenza. Bambini piangenti che ti guardavano come il loro carnefice. Genitori imploranti un tuo aiuto. Colleghi che mi definivano come un terrone presuntuoso. Vigilatrici che mi apostrofavano come uno scorbutico arrogante. Allieve che avevano il terrore di me. Catapultato in un mondo, ed in un modo che non era mio.

Oh paesino! Esso mi venne incontro. Tutto ciò che mi diede nell’infanzia (cchiù scuru da menzanotti non veni, non esiste piú buio della mezzanotte) mi imposi di metterlo a frutto. Ripartii per questa avventura, e volli vedere.  Altro passo fondamentale. E diventai quello che sono. I bambini insegnano, poi quelli del Regina… sono i migliori! Insegnano, amano senza sconti, sono belli, maestosi, non accettano mezze verità, sanno guardare, sanno essere saggi. Sono stati i miei maestri. Grazie a loro sono diventato quello che sono.

Grazie maestri di vita!

Il mio racconto nasce come bambino il 3 luglio 1958 e termina 3 luglio 2016 coi mie amati bambini.

Grazie a Facebook!
Grazie a tutti voi!
Questo è il mio regalo: la mia storia. Dura, efficace, ma bella.
Grazie a chi non c’è piú: Franca, Lorenza, Fulvia ,Mariuzza.

Al prossimo compleanno!

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