
La Calabria è quella cosa che in questi giorni d’agosto riprende i suoi figli erranti, cronici e acuti, e li riposiziona ognuno nella propria casa natìa o in quella dei parenti stanziali, stretti o larghi.
Da lì gli erranti si muovono per andare a vedere e rivedere luoghi già cari e luoghi nuovi, conosciuti da poco, visti in un reel; così affollano le strade che si allungano a dismisura sotto il sole cocente delle vacanze.
Lo fanno in incognito, ché non si può più giocare al gioco “indovina la provincia”, ché le targhe delle auto son diventate mute; si confondono con gli stanziali tra le auto che si allungano a dismisura sull’asfalto bollente.
Li puoi incontrare al supermercato, erranti e stanziali, tutti insieme ad accaparrarsi l’ultimo caciocavallo DOP, la “anduja” fresca (che gli erranti cronici ancora non hanno capito che “’a nduja” è dialetto e quindi in italiano fa “la nduja”), la pasta di casa dell’ultimo minuto, il prosciuttoche mi mancava per le braciole, i biscotti per i bambini, una vaschetta di gelato se pomeriggio passa la commare, il latte di mandorla se viene qualcuno, e via dicendo.
Fanno slalom coi carrelli, si incrociano ora nella corsia degli oli per friggere, ora nella corsia della pasta, dopo davanti ai bigliettini elimina code di salumeria, panetteria, gastronomia, macelleria, pescheria, e quando leggono il proprio numero rischi di sentire l’annuncio “C’è un medico in sala?” per il mancamento percepito; e vagano con i carrelli che si allungano a dismisura tra le corsie infervorate.
Fino a giungere alla cassa, non una ma almeno tutte e otto aperte, tra voci riverenti, saluti nostalgici, riconoscimenti inattesi, e sei arrivata e quando parti e quando te ne torni?
Ed è lì che Calabria mater diventa materica, assume le sembianze di una fionda e tira a sé tutti gli erranti con tutta la forza che ha in corpo, poi libera l’elastico allungato a dismisura ed esclama: “Con tutti i posti che ci sono in Italia, proprio qui dovevate venire?”
Gli erranti roteano nell’aria, lanciati chissà dove e come droni telecomandati vanno a scrivere nel cielo “Non torniamo, che tutti non ci stiamo”.
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