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C’è una finestra, in questo romanzo. E c’è una bambina che la guarda a lungo, dall’interno, mentre il mondo scorre libero dall’altra parte del vetro. È un’immagine semplice e potentissima, quella che Caterina Malara ha scelto come simbolo del suo libro Una vita alla finestra, pubblicato da Giannini Editore nella collana “Romanzi dai cinque continenti”. Una metafora che racconta tutto senza spiegare nulla: la distanza, il desiderio, la pazienza di chi impara ad aspettare il momento giusto per entrare nella vita, non subirla.

Caterina Malara è scrittrice calabrese, ha dedicato la sua vita all’insegnamento, e in questo romanzo porta una storia che affonda le radici negli anni Cinquanta del Novecento, quando la poliomielite colpiva ancora i bambini italiani prima che i vaccini di Salk e Sabin cambiassero per sempre il corso di quella malattia. Una storia che conosce dall’interno, perché lei stessa è tra i 70.000 sopravvissuti italiani censiti a quella malattia. La protagonista Silvia si ammala a poco più di due anni, e da quel momento la sua esistenza prende una piega diversa da quella dei coetanei: più faticosa, più solitaria, costellata di tutori e riabilitazioni, di sguardi curiosi e pietismi da mandare a quel paese. Eppure Silvia cresce, studia, stringe amicizie, apre una libreria, costruisce comunità. Vince, a modo suo.

Ne ho parlato con l’autrice, le ho fatto qualche domanda.

La poliomielite è una malattia che le generazioni più giovani conoscono appena, quasi cancellata dalla memoria collettiva. Come mai hai scelto proprio questa malattia come punto di partenza, e cosa hai voluto restituire a chi non l’ha vissuta né vista?

La poliomielite è una malattia che le giovani generazioni non conoscono perché i vaccini l’hanno debellata in quasi tutto il mondo. Resiste in maniera endemica in Afghanistan e Pakistan mentre alcuni paesi asiatici o africani sono considerati zone a rischio. In Italia risale al 1982 l’ultimo caso registrato. L’Europa intera è poliofree dal 2002. Nel mondo si stima che ad oggi ci siano tra i 12 e i 20 milioni di superstiti, in Italia nel 2006 ne sono stati censiti 70.000. In verità dovrei dire “siamo stati censiti” perché io stessa sono una dei 70.000 sopravvissuti alla malattia. Tutte persone che portiamo nel corpo e nell’anima cicatrici indelebili. A Silvia, protagonista del mio “Una vita alla finestra” ho prestato tanto di me, dei miei scoramenti, inevitabili quando si è costretti a subire una condizione di vita che mai si sarebbe desiderata, della determinazione e del coraggio che mi hanno permesso, se non di superarli, almeno di riuscire a conviverci e a raggiungere quegli obiettivi che le mie ridotte capacità motorie mi consentivano.
Perché scrivere di polio? Per testimoniare, raccontare, far conoscere il dolore che il virus della polio ha seminato nel mondo da sempre, ma soprattutto nel XX secolo quando la malattia ha assunto il carattere di vere e proprie epidemie. E questo può farlo meglio di altri chi la patologia l’ha vissuta sulla propria pelle. Mi è bastato frugare tra i miei ricordi, decidere cosa volevo prestare di me a Silvia…e così ho imbastito la storia. Non è un racconto di piagnistei e autocommiserazione, descrivo le difficoltà e le rinunce che contraddistinguono la vita di un disabile motorio ed anche la superficialità e l’indifferenza da cui spesso viene circondato. Spero di essere riuscita a mettere nella giusta evidenza il ruolo fondamentale della scuola e quello preziosissimo della famiglia.
Questo romanzo ho cominciato a scriverlo nel periodo del covid quando impazzavano teorie balzane sull’opportunità di vaccinarsi. Ero indignata, io che il vaccino antipolio non l’ho potuto, non voluto, fare perché non esisteva ancora, da quelle contestazioni che non avevano nessun fondamento scientifico e che pure trovavano, e trovano tuttora, credito.

Silvia trascorre anni a guardare il mondo dall’esterno — i giochi, la libertà, la spensieratezza degli altri — eppure non si lascia sopraffare dall’amarezza. Come hai trovato l’equilibrio narrativo tra il peso della limitazione e la forza di una protagonista che non si piange mai addosso?

Silvia cresce vedendo la vita degli altri scorrere davanti, accanto a lei. I suoi giochi sono solitari, non può frequentare la scuola elementare per via delle cure riabilitative che comportano ricoveri ospedalieri e frequentazione assidua di palestre, “studiavo da sola, venivo interrogata da sola, facevo gli esami da sola” racconta. Fino ai dieci anni ha scarse occasioni di socializzare. Le cambia la vita la scuola, quando in prima media entra per la prima volta in un’aula, siede in un banco, si rapporta con altre ragazze e scopre l’appello e le interrogazioni alla cattedra. Socializza finalmente, trova la prima amica, può sentirsi quasi normale pur continuando ad avere delle limitazioni fisiche, solo fisiche; per il resto è consapevole di non essere inferiore a nessuno, anzi… non le mancano intelligenza, coraggio e desiderio di mettersi in gioco per sfidare e beffare la sorte che le ha tirato un brutto tiro. Ecco, tra le cose che ho prestato a Silvia c’è la mia indole, la mia capacità di reagire e non darla mai vinta alle circostanze avverse, di non farsi mai sopraffare da nulla e nessuno. Silvia, come me, ha un carattere orgoglioso e caparbio sviluppato e affinato, credo, dalla necessità di resistere, resistere, resistere per non farsi abbattere. In questo romanzo non racconto una storia narratami da altri o costruita su informazioni o testimonianze cercate fuori da me stessa. Ho vissuto, vivo e vivrò i postumi della polio sulla mia pelle. Ho trasmesso alla narrazione l’equilibrio che ho dentro di me. Non rassegnazione o vittimismo, solo consapevolezza dei propri talenti.

La scelta di raccontare in prima persona è sempre rischiosa: avvicina al lettore ma può anche intrappolare in una prospettiva unica. Come hai gestito questo punto di vista, e quanto della sua esperienza personale è confluito nella voce di Silvia?

Raccontare in terza persona mi avrebbe tenuta un po’ lontana da Silvia, usare la prima persona mi ha fatto sentire sua complice, amica, confidente…quasi mamma. Dietro a lei ci sono sempre io. Non volendo scrivere un’autobiografia ( che poi a chi potrebbe interessare?) ho preso una parte della mia vita e ci ho ricamato un po’ sopra. Spero che il risultato possa costituire una lettura piacevole capace di indurre qualche riflessione.

La Calabria nel romanzo non è semplicemente il luogo in cui si svolge la storia, ma una dimensione culturale precisa, fatta di comunità strette, memorie tramandate oralmente e giovani che fuggono verso il Nord. Quanto conta il radicamento geografico nella tua scrittura, e quanto la tua terra ti ha plasmata come autrice?

La storia che racconto si svolge in Calabria, terra che per me è madre ma anche maestra e fonte di ispirazione. Mi accompagnano da sempre i soavi profumi delle zagare e del gelsomino, i mandorli in fiore già a metà gennaio, primo annuncio della primavera incipiente, il ritmico rompersi delle onde sulla battigia nelle calde sere d’estate, le tavolate delle feste che non sono solo occasioni per abbuffarsi ma momenti di condivisione, calore familiare che conforta e ricarica in particolar modo chi vive fuori, suo malgrado spesso. Penso che per tutti il luogo più bello sia quello in cui si è nati e cresciuti, che si radica nei cuori. Se io mi trovassi davanti al più bello dei paesaggi o un tramonto mozzafiato non credo che riuscirei a descriverlo con la stessa passione che metto nel tratteggiare con verbi, aggettivi e sostantivi le bellezze della mia terra.
Certo, come anche la rosa più bella, la Calabria ha tante spine, penso allo spopolamento delle aree interne, alla mancanza di lavoro e di futuro che spinge tanti suoi figli ad emigrare, ai nostri giovani che vanno al nord a studiare e ci restano. Chi resta non deve demordere, ha il dovere di tenere vive le tradizioni, conservare i ricordi e trasmetterli in qualsiasi forma. Anche tenere un quaderno su cui appuntare disordinatamente pensieri, esperienze, ricette di cucina potrà aiutare un giorno un discendente a capire la terra da cui proviene. Quando una mia cuginetta trapiantata a Roma per studio e poi per lavoro lesse, su mio consiglio, la signora di Ellis Island di Gangemi, mi ringraziò dicendomi “dopo questo libro la Calabria mi sta meno stretta”. Io ho scritto due libri e li ho ambientati nella mia terra della quale conosco usi costumi e tradizioni. (Qui un mio articolo sull’altro libro di Caterina Malara)

Questo romanzo parla di limiti — fisici, sociali, geografici — ma anche della capacità di abitarli senza lasciare che diventino confini definitivi. Qual è il messaggio più profondo che vorresti affidare al lettore, e c’è una frase o un’immagine del libro in cui senti che quel messaggio si concentra davvero?

Il messaggio che mi piacerebbe arrivasse a chi leggerà il libro è quello contenuto nelle parole con cui Silvia descrive il processo che l’ha portata a sollevarsi dalla depressione in cui era caduta ad un certo punto: “Ti senti in gabbia e sei consapevole che ti occorrerebbe uno scatto d’orgoglio, una dose di volontà e coraggio che però non hai, non nella quantità che servirebbe. Ma non può arrivarti dall’esterno, no. Deve nascerti dentro, devi coltivarla nel tuo cuore e nella tua mente. Speri che dentro di te si accenda una fiammella, anche flebile, che piano piano possa crescere e diventare una fonte di calore capace di far germogliare il seme della forza che si è addormentato in un angolino del tuo animo. Non sai quanto dovrai aspettare, ma tu pazienza ne hai e anche tanta.” Il coraggio e la resilienza hanno aiutato Silvia e possono farlo con tutti.

Concluderei con queste ultime parole che Caterina Malara ha scelto come il cuore pulsante del suo romanzo.

È questa, in fondo, la promessa silenziosa di Una vita alla finestra: non che il dolore scompaia, non che i limiti si dissolvano, ma che dentro ciascuno di noi esista una riserva di coraggio capace di trasformare una finestra da confine in punto di osservazione, da prigione in trampolino. 

Caterina Malara lo sa bene. E lo ha scritto perché anche altri potessero saperlo. A lei la mia (nostra) gratitudine.

Caterina Malara, Una vita alla finestra, Giannini Editore, 188 pagine, € 14,00.

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