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Articolo pubblicato sulla rivista Scenari Sociali
(Periodico dell’Ordine Professionale degli Assistenti Sociali della Calabria),
Anno II N°1 Gennaio 2010


Anno Domini 2009. “Comunicare” è la parola d’ordine. Farlo con il corpo, attraverso gesti e suoni o con graffiti, non ci bastava più già dalla Preistoria. Da subito l’uomo ha sviluppato nuove tecniche comunicative per raffinare i 3 fondamentali veicoli della comunicazione: testo scritto, immagini, suoni. Dire testo scritto significa riferirsi a ciò che dai papiri è stato tramandato fino ai libri, fino alla stampa. Dire immagini significa far riferimento ai graffiti prima, alla pittura, alla fotografia, alle pellicole cinematografiche poi, fino alla televisione. Dire, infine, suoni significa riportare il pensiero alla voce, alle parole, al canto, alla musica, alla radio, al telefono.
Stiamo parlando, lo avete capito, di mass media.
Mezzi – di comunicazione – di massa. Parafrasando, potremo mutare in Strumenti – di informazione – per la società. E’ sotto gli occhi di tutti però che oggi gli Strumenti di informazione per la società su menzionati sono divenuti vecchi. I cosiddetti nuovi media si sono ormai impadroniti del villaggio globale. Internet primo fra tutti. E da qui, siti web, chatroom, e-mail, gruppi di discussione (forum), blog, social network, telefonia mobile, tv digitale.
Strumenti – di informazione – per la società.
Strumenti – per fare informazione – in società.
Strumenti, quindi da utilizzare.
Per fare informazione, quindi per far conoscere, per rendere noto.
In società, quindi laddove si realizzano relazioni sociali.
Dunque, se vogliamo conoscere, se vogliamo sapere, non possiamo farne a meno. Idem se vogliamo far conoscere e se vogliamo far sapere.
Noi Assistenti Sociali possiamo attingere a tali strumenti nell’esercizio della nostra professione, per il nostro lavoro sociale? Proviamo a pensarci.
Mi viene subito in mente la televisione. Chi si ricorda, negli anni passati, quando Maurizio Costanzo, nel suo Show serale ci dava contro, portando sul palco del Teatro Parioli di Roma davanti alle telecamere alcuni “casi”? Utilizzando il potere mediatico della tv, riusciva a risolvere in poco tempo ciò che tra le carte ed i fascicoli trascorreva mesi sotto gli occhi di colleghi intrappolati tra le maglie della burocrazia. La denuncia televisiva ha effetto immediato. E’ di questi giorni il caso dell’anziano signore di Diamante (CS) a cui non veniva corrisposta la pensione da 4 mesi perchè l’INPS lo credeva deceduto. E’ bastato far risuonare il caso sulla stampa e sui tg regionali e tutto si è risolto. Condivisibile o no, certo è che questo modus operandi se da un lato rischia di offuscare il nostro lavoro, dall’altro potrebbe, al contrario, dargli man forte. Inutile dire che bisogna saperne fare “buon uso con buona dose di buon senso”.
Saliamo di gradino. Dal singolo caso ai Progetti, ai Piani che riguardano interi gruppi o comunità. Se vogliamo far conoscere e rendere noto ciò che stiamo realizzando in un territorio…. No, un attimo. Non “se vogliamo”, ma “dobbiamo”. Il “dovere” è dettato dall’imprescindibilità della traccia di lavoro da lasciare. Le esperienze, le buone pratiche, devono essere rese visibili, devono essere comunicate a tutti gli attori: legislatori, finanziatori, operatori, amministratori, cittadini. Ogni Progetto, ogni Piano deve prevedere tra le proprie Azioni, anche un Piano di comunicazione, interna ed esterna, che potrà essere attuato tramite media vecchi e nuovi: e-mail, conferenze stampa, pubblicità su giornali, radio e tv, creazione di brochure e depliant informativi, attivazione di siti web con forum e blog, convegni per la diffusione dei risultati raggiunti, pubblicazioni. Ciò costituirà memoria collettiva e contribuirà a scrivere la storia del territorio. Da qui si potrà ripartire per nuovi Progetti e per nuovi Piani.
Molte esperienze sono rimaste nella nostra memoria proprio perchè sono state ben comunicate. E non è un caso se adesso il regista Wim Wenders girerà in Calabria il cortometraggio Il Volo, ispirato alle esperienze di accoglienza verso i rifugiati politici ed i richiedenti asilo di Badolato prima e di Riace, Caulonia e Stignano ora. Il risultato di queste esperienze ben comunicate non sarà soltanto l’accoglienza in sé, ma anche la ricaduta socio-economica che ne deriverà. E dire che si era partiti da un Progetto frutto di una attività di problem solving: bisognava dare immediata soluzione al problema degli sbarchi.
Un pensiero a parte meritano i social network, le reti sociali. E chi più di noi assistenti sociali è un intenditore di reti? Il lavoro di rete è un modello da noi utilizzato per stimolare tutte le risorse formali ed informali del territorio, perchè lavorino in modo unitario e coordinato, al fine di sostenere un individuo, un gruppo, una comunità, durante il processo di aiuto.
I social network costituiscono le forme più evolute di comunicazione in rete. Il fenomeno si è sviluppato attorno a 3 filoni tematici: l’ambito professionale, quello dell’amicizia e quello delle relazioni amorose. Ci interessa qui il primo filone tematico: l’ambito professionale, il nostro in particolare. Verificare cioè, se e quanto questi network possono rivelarsi utili per il nostro social work, nel rispetto (utile rimarcarlo?) del Codice Deontologico Professionale e dei Princìpi e Valori del Servizio Sociale.
Attualmente i social network più diffusi sono MySpace, Twitter e Facebook.
MySpace (tr. il mio spazio) è una rete sociale che offre ai suoi utenti blog, profili personali, gruppi, foto, musica e video. Viene utilizzato come una vetrina nella quale esporre i propri prodotti sottoforma di scritti, di musica, di foto, di video. Nella nostra professione, MySpace potrebbe essere utilizzato per esporre i prodotti del nostro lavoro. Dal singolo professionista al Servizio, pubblico o privato o di Terzo Settore, tutti hanno la possibilità di utilizzarlo al meglio, attraverso, per es. l’apertura di blog e forum di discussione su temi specifici, oppure con la pubblicazione di foto e video che documentino le iniziative e le attività. Navigando in MySpace, si possono incontrare Cooperative Sociali, Centri Giovanili, Associazioni, che in questo social network ricercano e trovano strumenti per costruire alleanze e partnerships. Anche questa funzione potrebbe rivelarsi importante per noi.
Twitter (tr. chi cinguetta) è un servizio gratuito di social metwork e microblogger che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite messaggi di testo con una lunghezza massima di 140 caratteri. Ciò significa che si possono dare notizie in modo istantaneo e sintetico. Immediatamente dopo la scossa di terremoto del 6 aprile, da Twitter sono arrivate le notizie prima che dagli organi ufficiali di stampa. Diversi siti istituzionali utilizzano Twitter per dare notizie sugli aggiornamenti delle pagine internet. Analogamente, un sito web di servizio sociale, potrebbe avere anche il Twitter che cinguetta le novità.
Facebook (tr. libro dei volti) è il social network più popolare, utilizzabile grauitamente. Fondato nel 2004 da Mark Zuckerberg, studente 19enne dell’Università di Harvard, con lo scopo di mettere in rete gli studenti, oggi ha raggiunto tutto il pianeta con un incremento di utenti che solo in Italia ha registrato il 135% nel terzo trimestre del 2008. Qualcuno profetizza che Facebook sta per diventare la prima risorsa nella ricerca di un lavoro. Su Facebook è possibile aprire un profilo personale, creare e/o aderire a gruppi attorno a tematiche, a idee, a ideali, ad argomenti seri o puramente ludici, aderire a cause e sottoscriverle. Proprio su queste ultime possibilità di utilizzo che il servizio sociale può attingere per le funzioni organizzativo-gestionali e per quelle preventivo-promozionali.
Organizzativo-gestionali, perchè la possibilità di fare gruppo attorno ad un problema o ad un argomento fa circolare le informazioni contestualmente e in in maniera orizzontale. Si pensi ai tavoli tematici per la redazione dei Piani di Zona: partecipare, accanto agli incontri “reali”, anche ad un gruppo in luogo virtuale, dove la discussione è sempre aperta, può aiutare ad identificare meglio i nodi problematici e anche a trovarne le soluzioni più adeguate.
Preventivo-promozionali, perchè si può fare informazione a scopo preventivo (conoscere, sapere per evitare), e anche a scopo promozionale (conoscere l’esistente: servizi pubblici, privati e di terzo settore), come avviene già per molti argomenti, quali ad es. il contrasto della pedofilia, delle violenze sulle donne, delle violenze sui bambini; l’accoglienza dei migranti; l’affidamento dei minori; la ricerca sul cancro e sulle malattie genetiche; le politiche antimafie.
Accanto a queste poi c’è anche la funzione di advocacy, espressa nel cercare di “far sentire la propria voce” su argomenti di interesse di una singola comunità o di un intero Paese. E’ il caso, per es. di gruppi che nascono attorno a tematiche inerenti i trasporti, o l’istruzione, o la difesa dei beni culturali, o tematiche ambientali, o la difesa degli animali, ecc.
Tutto questo non ci porta a ripensare alle politiche sociali intese non come un settore delle attività di governo di un territorio ma come la globalità delle attività di quel territorio?
Concludendo, ritengo che noi assistenti sociali dobbiamo imparare a “sfruttare” i media, vecchi e nuovi, come strumenti del nostro lavoro e non lasciare che accada il contrario, cioè che i media “sfruttino” noi. D’altronde lo sappiamo, il nostro lavoro è circolare, prassi-teoria-prassi, non finiamo mai di formarci, di sperimentare nuove azioni e siamo obbligati a stare al passo coi tempi. Il commissario europeo per la Società dell’Informazione, Viviane Reding, pochi giorni fa ha affermato che” le persone che non possono usare i nuovi media, come le reti sociali o la tv digitale, avranno difficoltà ad interagire con il mondo che li circonda e a prendervi parte”. Sta a noi, social workers, contribuire a fare in modo che ciò non accada.

P.S. Per scrivere questo articolo ho usato soltanto il computer e Internet.

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