0 Flares Filament.io 0 Flares ×

Articolo pubblicato su ZoomSud dell’1.04.2012

Nel 1991, la sociologa Renate Siebert, diede alle stampe il libro “E’ femmina però è bella” (ed. Rosenberg & Sellier), frutto di una ricerca condotta tra le studentesse dell’Università della Calabria. La Professoressa di Sociologia del mutamento indagava i racconti delle figlie, le studentesse, le loro madri e le loro nonne: tre generazioni di donne che testimoniavano i cambiamenti che si erano avuti negli ultimi venti anni. Una frase pronunciata dalle nonne dava il senso degli anni che si stavano vivendo: “Mo siamo modernati…dovessimo andare alli tempi di nà vota, è meglio morire”. Così vent’anni fa.  E oggi?

Senza pretendere di fare il sequel o il remake della ricerca di Renate Siebert, non ne avrei né le medesime competenze, né la disponibilità di tempi e mezzi, ho cercato di capire come vivono oggi le nostre studentesse universitarie, giovani donne che studiano in Calabria o fuori. Ho contattato alcune mie “amiche” di Facebook ed ho chiesto loro di raccontarmi la loro esperienza di donna calabrese studentessa universitaria. Ho contattato 12 ragazze, mi hanno risposto in 8: una che studia a Roma, 2 a Catanzaro, 3 a Cosenza, una a Reggio ed una a Milano.

Ne viene fuori un quadro interessante sotto diversi aspetti. Il primo, che salta immediatamente agli occhi è che solo 2 studiano fuori dalla Calabria. Le motivazioni che hanno dato, fanno riferimento alla specificità dei loro corsi di laurea, non hanno trovato soddisfazione alle proprie aspirazioni nelle Università calabresi. Mostrano un diverso atteggiamento dei confronti delle città in cui studiano. Rosa, che sta a Roma, dice che finiti gli studi di Giurisprudenza vorrebbe tornare in Calabria a lavorare, non si sente romana. Al contrario, Grazia che da 5 anni studia economia e marketing a Milano dice che, dopo i primi tempi , quando a stento tratteneva le lacrime quando in metro vedeva le mamme con le bimbe mentre lei doveva accontentarsi della “presenza telefonica”, adesso dice che Milano è casa, Milano è lavoro! Anche se sottolinea: “qui si è un numero, un euro che cammina, prima ancora di essere un uomo, una donna.”

Le ragazze che sono rimaste in Calabria sono convinte della scelta, anche se Angela ci è arrivata dopo due anni di permanenza a Roma, dopo che si è resa conto che la sua aspirazione non era a Roma, non era Giurisprudenza ma erano le meraviglie del corpo umano che si potevano studiare restando vicino casa e facendo volontariato nella propria città.

Elena studia Matematica a Cosenza, si sente una donna esigente che vive l’Università come una sorta di sfida con se stessa; dato l’alto valore che conferisce a quest’esperienza in grado di rappresentarla agli altri nel modo migliore, ce la mette tutta per stare nei tempi dettati dal percorso di studi ed ha scelto di restare perché crede che “l’Università della Calabria non ha nulla da invidiare a molte altre Università ed è economicamente accessibile anche per la collocazione geografica”.

Erica studia Giurisprudenza a Reggio Calabria, è rimasta nonostante gli inviti delle amiche ad andar via. Non si è mai pentita della scelta, tranne quando “ho iniziato a rendermi conto di quante raccomandazioni e favoritismi ci siano, ma col tempo ho imparato a non curarmene, andando avanti per la mia strada”.  Prova amarezza oggi davanti alle amiche nordizzate che quando tornano a casa “fanno finta di non capire né parlare più il dialetto calabrese”, omologate agli standard delle Metropoli.

L’esperienza di Felicita nell’Università di Cosenza è caratterizzata dall’affinamento delle capacità di comprendere la vera “faccia” delle persone, adesso è capace di riconoscere quelle sincere e quelle che tali non sono. Ma ciò che ha maggiormente impresso dentro è “l’espressione stupita di tutti quelli che hanno sentito il mio paese di provenienza, non solo dei ragazzi. Una volta un mio professore, vedendomi agitata durante un esame, leggendo il mio paese sul libretto mi disse che una che viene da… tutto dovrebbe essere tranne che agitata, che dovevo essere sicura di me e non aver paura di niente! Poi mi chiese se ho visto sparare, se ho mai visto un’arma… io volevo mandarlo a quel paese ma mi trattenni perché ancora non mi aveva dato il voto”.

Anche Natina studia a Cosenza, e lavora. E’ determinata nell’inseguire il suo sogno, convinta che “la gratificazione che può offrire un bagaglio culturale sempre più ricco e la speranza che le cose migliorino per tutti mi dà la forza e lo stimolo per continuare. E d’altro canto, Sepùlveda insegna che vola solo chi osa farlo!”

Sara studia a Catanzaro, si sente testarda donna calabrese che non si è mai posta il problema di iscriversi in altri Atenei  fuori regione, ha deciso di restare nella propria terra, nonostante tutti la considerino una “terra bruciata” e incapace di offrire lavoro ai giovani. “Ma perché dare la colpa alla nostra terra d’origine quando siamo noi che, in un certo senso, abbiamo voluto questa situazione? E’ restando che si conferisce valore alle nostre Università e solo in questo modo possiamo aspirare a situazioni migliori”.

Una bella stoffa queste ragazze! E fin qui i racconti personalizzati.

Il racconto che le accomuna tutte è costellato di paure nell’incertezza del futuro lavorativo, qualcuna anche del futuro familiare. Sul futuro lavorativo, tutte concordano del dire che sarebbe mortificante dopo anni di studio doversi accontentare di un lavoro “solo per portare il pane a casa a fine mese”.  Tre ragazze hanno progetti di matrimonio entro pochi anni, con la consapevolezza delle responsabilità. La parola responsabilità è venuta fuori da tutti i racconti, riferita allo sviluppo che ne hanno fatto, proprio grazie alla vita universitaria, nel dover condividere la casa con altre persone, nell’osservare i turni di pulizie (qualcuna addirittura i turni per farsi la doccia vivendo nella Casa dello Studente), nell’imparare a gestire il budget a disposizione. Grande arricchimento viene dal confronto con altri giovani, di diversa provenienza geografica, e dalla vita dentro le Università. Le maggiori difficoltà si riscontrano nella carenza di servizi, soprattutto dei trasporti pubblici, pochissimi treni, con orari impossibili, e poi autobus sui quali si possono passare sei ore per andata e ritorno. Bisogna anche ottimizzare il tempo del viaggio per studiare. Le difficoltà fortificano, i sacrifici temprano. Lo sanno bene le nostre ragazze, le nostre donne universitarie, caparbie studentesse che non conoscono le velleità proprie di molti adulti che, sicuramente, non sono loro d’esempio. L’emozione della proclamazione finale è stata (per chi ha già conseguito la triennale e sta continuando) e sarà (per chi ancora non ha raggiunto il traguardo) fortemente emozionante, che ha il valore della fine di un percorso ma l’inizio di qualcos’altro. E conclude Sara guardando in faccia lo spettro dell’emigrazione: “voglio restare qui a lavorare, ma se poi un giorno il lavoro dovesse portarmi lontano, potrò almeno dire di averci provato…”.


0 Flares Twitter 0 Facebook 0 Google+ 0 Filament.io 0 Flares ×
Share