L’Associazione culturale Francesco Perri, ha pubblicato su Facebook, ieri sera, il testo del discorso che lo scrittore tenne a Careri (RC), suo paese natale, in occasione dell’assegnazione della Medaglia d’oro. E’ commovente leggere queste parole del nostro grande Francesco Perri, pensando a lui, alla sua grandezza, al suo pensiero attualissimo.
Nel discorso, egli rivolge anche un pensiero a Reggio, era il luglio del 1970; e non si può, oggi, non rivolgere il nostro pensiero alla nostra odierna Reggio. Ci può apparire lontana fisicamente ma tutti l’abbiamo nel cuore, è innegabile! Tutti ci siamo sempre sentiti orgogliosi, ogni volta che abbiamo detto “Sono della provincia di Reggio Calabria”; anzi, molte volte invece di dire la nostra città, soprattutto quando ci trovavamo fuori, dicevamo “Sono di Reggio Calabria” e ci facevamo brillare gli occhi nella speranza che l’interlocutore ci vedesse riflesso dentro “il più bel chilometro d’Italia.” E quante volte ci siamo sentiti importanti ogni volta che abbiamo detto “Oggi vado a Reggio”, consapevoli della sua centralità amministrativa, commerciale, culturale? Sempre, io credo. E oggi stiamo col fiato sospeso, a sperare che il verbo che ho usato al passato possa essere presente e futuro.”Reggio vincerà la sua battaglia sul terreno migliore che non è quello della burocrazia ma quello delle coraggiose iniziative e dell’attività concorde”, dice Perri.
Auguri, di cuore, cara Reggio, Reggio di Calabria!
Di seguito, il testo del discorso di Francesco Perri, pubblicato dall’Associazione Culturale “Francesco Perri”
Cari amici e conterranei, e voi tutti che con la vostra presenza fate onore più che alla persona, al mio lavoro.Vi ringrazio di avere avuto il gentile pensiero di volermi tra voi, in questo nostro caro paesello, che nel suo nome porta la testimonianza della sua nobiltà e della sua bellezza. Careri è nome che deriva dal greco: Significa grazia,ed ha il sapore della Magna Grecia, un periodo di alta civiltà che ebbe questa regione. Purtroppo io, fin dalla mia adolescenza, dovetti lasciare questo nostro bellissimo ma povero paese, per attuare il mio sogno da quando ero bambino: arricchire la mia mente e diventare qualcuno. Lasciai il mio paese natale ma non l’ho mai dimenticato, come non ho dimenticato i miei compaesani, che sono i protagonisti dei miei romanzi. Lasciai la mia madre terra ma, l’ho tenuta nel cuore, tanto è vero che un critico che
recensiva il mio romanzo Emigranti quando è apparso nella edizione in lingua inglese scrisse: “Solo chi ama la sua terra come la sua madre carnale può descriverla con tanta bellezza e passione”. Ed oggi, mentre mi trovo tra voi conterranei, la mia mente rattristata va alla capitale della nostra provincia, la cara e bella Reggio; la città dove, potrei dire, diventai uomo, e la vedo con dolore sconvolta. Vada anche a Reggio il mio affetto e l’augurio dal cuore, che alla inquietudine succeda con coraggio un periodo di riedificazione. Non le sono mai mancati nè alte personalità, nè uomini di ingegno e di valore politico e nemmeno strenui lavoratori. Col lavoro, l’impegno e l’unità dei suoi figli, fra i quali mi sento anch’io, Reggio vincerà la sua battaglia sul terreno migliore che non è quello della burocrazia ma quello delle coraggiose iniziative e dell’attività concorde.
Per tornare a noi, poichè il mio blasone è il lavoro, vi confesso che quando mi giunse il telegramma del sindaco nel quale mi comunicava la delibera plebiscitaria delle autorità comunali di insignirmi di una medaglia d’oro, per le mie benemerenze letterarie, ebbi, debbo confessarlo un moto di gioia. L’idea che i lavoratori si avvicinino sempre più alla cultura mi ha molto commosso, perchè dimostra che il lavoratore ha fatto e fa quotidianamente dei passi avanti nella cultura, comincia a leggere ed apprezzare il lavoro intellettuale. Esce dalla solitudine della terra vangata al nutrimento dello spirito; si avvicina ai prodotti che parlano all’anima, alle virtù che migliorano e nobilitano l’uomo, a quello che parla ai suoi generosi sentimenti, all’educazione delle nuove generazioni, indirizzandole verso la elevazione della personalità umana con la dignità e l’amore della libertà che è cosa importantissima. E’ questa una vittoria anche per me, che nei miei libri non ospito il vizio ma la dignità dell’uomo e la salvaguardia della sua dignità. Su questo terreno io spero di avere la vostra approvazione ed il merito di adornarmi della vostra medaglia, di sentirmi fratello e compagno vostro come combattente verso una meta: elevazione dell’uomo, rispetto reciproco e valorizzazione secondo il suo merito, della sua posizione nella produzione della ricchezza. Il tempo dei “gnuri cumpari” è tramontato, e una nuova pagina si apre all’avvenire. L’uomo si oggi non è più l’uomo di ieri. Sta a noi fare dell’uomo nuovo un fattore di civiltà o un fattore di disordine e di imbarbarimento, di violenza e di ingiustizia: l’homo sapiens o l’homo lupus. Di troppo sangue abbiamo abbeverato il mondo ed è tempo che l’ingiustizia e la violenza scompaiono dalla faccia della terra. Questo, miei cari conterranei, è il mio augurio e il mio saluto. Viene dall’esperienza di un vecchio che combattè a viso aperto contro la tirannide, e non piegò la testa. Ed ora, amici carissimi, vi ringrazio e vi porgo il mio affettuoso saluto e forse l’addio, perchè i miei anni sono molti e il tempo fugge.
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