Ammiro moltissimo Massimo Gramellini, il suo Buongiorno è il mio Buongiorno, ho fatto fare i salti mortali ad una mia amica a Torino per procurare i biglietti per la serata di presentazione, al Teatro Regio, del libro che raccoglie i suoi Buongiorno su La Stampa: ce l’ho, ovviamente, autografato. Ecco, se fossi Gramellini, mi leggereste e condividereste in milioni. Ma Gramellini non sono e quindi mi leggete e condividete in poco più di due centinaia. Se fossi Gramellini, per ogni Nota che scrivo sarei pagata perchè “è il mio lavoro”. Ma siccome Gramellini non sono, e siccome devo lavorare del mio lavoro per esser pagata, molte volte non ho il tempo materiale per scrivere; nel senso che devo dare priorità a ciò che si configura come “lavoro” e non solo come “passione”.
E’ questo il motivo per cui l’altro giorno, alla vista dei poveri studenti di Palermo che bruciavano le loro tessere elettorali, credo senza rendersi conto del gesto che stavano compiendo, come se bruciassero la nostra democrazia conquistata col sangue di tanti connazionali, avrei voluto scrivervi, ma non ho avuto il tempo per farlo. E’ questo il motivo per cui l’altro giorno, alla vista dei poveri studenti manganellati, avrei voluto darvi una notizia che avevo visto in rete e che, a parer mio, può fornire una chiave di lettura di ciò che è accaduto. Non sono Gramellini, no, ma stasera Gramellini, a Che Tempo che fa, ha letto una lettera ad un poliziotto di quelli che sono stati immortalati nell’impeto repressivo dell’altro giorno. Ecco, questo mi ha fatto ripensare a quello che avrei voluto scrivervi l’altro ieri e che non avevo fatto. Recupero adesso, forse fuori tempo, ma è questo il tempo che ho.
Nello stesso giorno in cui gli studenti manifestavano in tutta Italia, da Roma a Milano, a Torino, a Palermo, il comandante del COCER (COnsiglio CEntrale di Rappresentanza) Interforze , una sorta di sindacato delle forze armate e di polizia, generale Cotticelli, ha scritto al Presidente del Consiglio, Mario Monti, una dura lettera nella quale denuncia la situazione previdenziale, giuridica ed economica del comparto sicurezza. Nella lettera in questione, il Generale esamina tutti i provvedimenti governativi che dovrebbero avere ricaduta sul comparto e chiede maggiore chiarezza sull’efficacia dei provvedimenti. In particolare, il Generale sottolinea che “dopo aver ricercato ripetutamente incontri con le amministrazioni e il Governo, si autorizzava un incontro a palazzo Chigi, programmato per il giorno 21 settembre c.a. Lo stesso si chiudeva con l’impegno formale del Ministro Fornero a produrre bozza ufficiale del provvedimento. Questo Consiglio resta ancora in attesa della bozza afferente l’armonizzazione che, nonostante l’impegno del Ministro competente, non è stata recapitata a questo Consiglio se non sotto forma di note riassuntive”. Specifica, poi, che “Il governo e quindi la Politica devono far capire a questo Consiglio ed al Paese che tipo di Sicurezza e di Difesa vogliono dare a questa società. Gli uomini in divisa sapranno accettare qualunque decisione, ma bisogna pronunciarsi con chiarezza e coerenza”. Ma il rischio reale che il Generale mette in evidenza, nell’esporre la situazione giuridica previdenziale del comparto sicurezza che dovrebbe essere equiparato agli altri dipendenti pubblici, è quello che occorre che “si riconoscano a questo Comparto quei diritti fondamentali riconosciuti a tutti i cittadini. Si dia corpo all’avvio della previdenza complementare, la cui assenza farà di questi cittadini dei futuri poveri.” Ecco, è questa la verità. Gli stipendi non adeguati al resto d’Europa, la paura della futura (forse imminente) povertà (non solo economica) sono le cose che non hanno fatto ricordare ai poliziotti, neanche davanti agli studenti, che “I poliziotti sono i detentori legali del potere, per cui non possono mai perderne il controllo” (Massimo Gramellini, stasera a Che Tempo che fa).
Cliccando qui potete leggere il testo integrale della lettera del gen. Cotticelli.
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