15.01.2011 Ieri sera leggevo il Mirafiori in itinere con i necessari pronostici, aspettative, tentativi di exit poll, primi risultati, concitazione, dubbi, validità, legittimità, invalidazione, si o no. Da stamattina leggo il Mirafiori ex post. E come per qualsiasi consultazione, in questo caso referendaria, i dati dei risultati vengono vivisezionati ed indagati e partono le psico-analisi e le interpretazioni sociologiche. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le propensioni partitiche. Sorvolo sulle considerazioni storico-sindacalistiche, qui non mi aiutano, e sorvolo su chi si sente vincitore (tutti) e su chi si sente vinto (nessuno), tanto è un copione al quali ci stiamo abituando. E mi soffermo, brevemente, invece sull’analisi che più mi punzecchia. Dalla parte che sosteneva il NO si alza un coro contro gli impiegati, dalle mani senza calli e senza grasso e col sedere sulla sedia, i quali vengono accusati di essersi piegati, servitori, indebitati, che per non perdere il tenore di vita acquisito, hanno detto SI. Peccatori! Allora mi chiedo. E’ un peccato cercare di mantenere il proprio status? E’ un peccato cercare di mantenere un po’ di stabilità in questi tempi di crisi? E’ un peccato cercare di fuggire alla precarizzazione, tendendo alla sicurezza? E’ un peccato provare ad andare avanti? E’ un peccato riuscire a contare sulle proprie forze invece che su quelle dello Stato assistenziale? E’ un peccato voler rispettare gli impegni presi con gli istituti di credito per comprare casa? E’ un peccato pensare di voler fare sacrifici per mandare avanti la baracca o il carrozzone? E’ un peccato voler, semplicemente, lavorare? Se lo è, ditemi, che peccato è?
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