31.01.2011 Mi sono fatta raccontare da mio padre qualcosa da precena. Non posso fermarmi a lungo, domani si rientra a Torino… Questa è tra le mie preferite perchè mi fa tenerezza il protagonista e perchè è simpatico mio padre mentre lo imita nel racconto. Negli anni della seconda guerra mondiale anche a Delianuova suonavano le sirene per invitare i cittadini a mettersi al riparo dalle bombe nemiche. Gli artigiani, dalle loro botteghe facevano presto a correre ai ripari. I contadini, invece, trovandosi nei loro orti un pò fuori dal paese, non sempre riuscivano a raggiungere i luoghi sicuri e cercavano di ripararsi nei luoghi ad essi più vicini, anche se non sicuri.
Tra questi contadini, vi era un tale, Pascali ‘u Mindu, il quale trascorreva molto tempo in campagna ed era considerato lo scemo del villaggio, perchè aveva un modo di parlare caratterizzato da una non precisa scansione delle parole, con sovrapposizione delle lettere e, a volte, delle sillabe, e da una voce che si avvicinava al falsetto. Pascali si muoveva insieme alla sua fida asina (‘a scecca che lui chiamava ccecca), soprattutto quando i suoi spostamenti prevedevano l’uscita dal paese. Non se ne separava mai. Un giorno accadde che Pascali si stava recando all’orto fuori paese, in compagnia dell’asina; mentre affrontava una salita, sentì distintamente il rumore dei bombardieri che si avvicinavano. Immediatamente cercò riparo; si guardò intorno e vide soltanto siepi e alberi di montagna. Il rumore si faceva sempre più vicino e ora distingueva anche le prime esplosioni, bombardamenti e mitragliamenti. Corse, dunque, a infilarsi dentro il tronco cavo di un faggio e aspettò che l’inferno finisse. Nel caos che si era creato attorno a sè, aveva perso l’asina. La cercò per un pò girando per i vari piani aspromontani vicini fino a quando, rassegnato, si incamminò verso casa. Grande fu la sua sorpresa quando, arrivato nella piazza del paese vide la sua asina che beveva alla fontana. La felicità gli fece esprimere apprezzamenti verso la sua asina, quasi considerandola umana. Nei giorni a seguire raccontava così quanto gli era accaduto: ‘nt’a nchjanata d’a Squella ‘ntisi ‘nu fotti qquanquassu; l’apparecci ‘i supa bumbaddavanu e miciallavanu. Jeu mi pigghjai ‘i paura e mi ndi jia e mi zziccài int’a ‘nu fagarruni e dassai a ‘ccecca sula. Quandu u ‘mpernu finìu, jia u nesciu ma non c’a facìa: Pascali, si voi u nesci, nesci tu! Dopu tanti lotti, finalmenti nescìa. Jia u pigghju ‘a ccecca e n’a vitti. Allura mi misi m’a cercu n’giru: jia ‘e chjani i Petrunà e n’a vitti, jia ‘e chjani i Juncu e n’a vitti, arrivai finu a Carmelìa e non vitti ‘a ccecca. Allura mi rassegnai e mi ndi calài p’a casa. Quandu ‘rrivai llà supa ‘i mastru Turi, guardai p’e sutta e vitti ‘a ccecca mia chi ‘mbiviva ‘a funtana d’a chjazza. ‘A ccecca mia sì ch’è ‘ntelligenti! Pascali e la sua asina erano salvi. (traduzione: Nella salita della Squella ho udito un forte sconquasso; gli apparecchi da sopra bombardavano e mitragliavano. Io fui preso da paura e me ne andai a infilarmi dentro un faggio, lasciando l’asina da sola. Quando l’inferno finì, andavo ad uscire e non ci riuscivo: Pasquale, se vuoi uscire, esci tu! Dopo tante lotte, finalmente sono uscito. Sono andato a prendere l’asina ma non l’ho vista. Allora mi sono messo a cercarla in giro: sono andato ai piani di Petronà e non l’ho vista, sono andato ai piani di Junco e non l’ho vista, sono arrivato fino a Carmelìa e non ho visto l’asina. Allora mi sono rassegnato e sono sceso verso il paese. Quando sono arrivato là dove c’è la casa di mastro Turi, ho guardato verso il fondo della strada e ho visto la mia asina che beveva alla fontana della piazza. La mia asina sì che è intelligente!)
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