
Per anni abbiamo associato l’emergenza meteo a neve, ghiaccio e alluvioni. È giusto: quando gli spostamenti sono pericolosi, la tutela dell’incolumità pubblica prevale.
Ma oggi il cambiamento climatico ci obbliga a guardare anche dentro gli edifici scolastici. Aule che raggiungono temperature incompatibili con l’apprendimento, studenti che sostengono gli esami di Stato in condizioni di forte stress termico, docenti e personale costretti a lavorare in ambienti non progettati per affrontare ondate di calore sempre più frequenti.
La domanda non è se faccia caldo. La domanda è se quelle condizioni siano ancora compatibili con il diritto allo studio e con il diritto alla salute. Se riconosciamo che una nevicata eccezionale può giustificare la sospensione delle lezioni, perché non iniziare a definire criteri oggettivi anche per il caldo estremo? Non servono decisioni estemporanee.
Servono:
protocolli nazionali;
soglie di rischio definite su basi scientifiche;
investimenti strutturali nell’edilizia scolastica;
una visione della scuola capace di affrontare il cambiamento climatico.
Continuare a considerare il caldo un semplice disagio significa ignorare una realtà che è già entrata nelle nostre scuole.
La vera sfida non è decidere quando chiudere le scuole. È costruire scuole in cui non sia più necessario farlo.
La scuola del XXI secolo non può più andare d’accordo con le categorie climatiche del Novecento.
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