(Articolo pubblicato sul secondo numero del periodico Cunti e Cuntamu n.2, marzo 2026)

Scrivo mentre disfo le valigie ancora una volta. Non so dire quale volta sia. Dovrei mettermi a fare calcoli precisi; magari attingere alle regole della statistica e dire che è probabile che sia la centonovantasettesima volta da quel 14 settembre del 2006, il giorno in cui sono partita dalla Calabria per trasferirmi a Torino. In questi vent’anni ho imparato che le valigie non si disfano mai del tutto: restano sempre pronte, anche quando sono riposte in alto nell’armadio.
Non mi è mai piaciuto definirmi emigrata. È una parola che suona definitiva, quasi irreversibile, come se implicasse un taglio netto. La mia storia, invece, è stata soprattutto una storia di andate e ritorni. Un filo teso tra due luoghi che non hanno mai smesso di parlarsi dentro di me. Partire non è stato un gesto unico: è diventato un movimento continuo, fatto di treni, di aerei, di calendari scanditi dalle festività e dalle occasioni che riportano a casa.
Sono arrivata a Torino da insegnante, prima precaria e poi di ruolo. Una vita costruita passo dopo passo dentro la scuola, tra classi, corridoi e registri pieni di nomi e storie. È curioso pensare che la mia partenza sia arrivata poco dopo le Olimpiadi invernali che Torino ospitò nel 2006. Oggi, mentre si tengono le Olimpiadi di Milano-Cortina, mi sorprendo a pensare che forse il mio ritorno potrebbe coincidere proprio con questo nuovo appuntamento. Chissà. A volte la vita ama costruire simmetrie che sembrano quasi segni del destino.
Eppure ogni ripartenza è sempre stata uno strappo. All’inizio piccolo, quasi sopportabile. Con il tempo quello strappo si è fatto sempre più grande, fino a diventare una lacerazione sottile ma persistente. È il prezzo di chi vive tra due geografie affettive: da una parte il luogo che ti accoglie e ti offre nuove possibilità, dall’altra quello che continua a chiamarti con una voce che non si spegne.
Ricordo bene una delle prime impressioni che mi colpirono quando arrivai a Torino. Mi accorsi, con una specie di stupore infantile, che lì le arance si compravano. Sembrerà una cosa banale, ma per me non lo era affatto. In Calabria le arance non si compravano. C’era sempre qualcuno che te le regalava: un vicino, un parente, una comare. Una sporta piena di frutti arrivava da un terreno di famiglia, da un giardino, da un albero che produceva più di quanto servisse. Le arance non erano solo frutta: erano relazione, condivisione, abbondanza naturale.
Al Nord ho scoperto che anche i gesti più semplici hanno un prezzo e un luogo preciso dove avvenire: il supermercato, il mercato rionale, il banco della frutta. Ho imparato così a fare un curioso baratto simbolico: alle arance spontanee della mia terra ho sostituito qualcosa che a Torino era invece abbondante e quasi quotidiano. Gli spettacoli dal vivo. Teatri, opera, concerti, mostre. Tutto a portata di piedi, raggiungibile con una passeggiata serale tra strade illuminate e portici lunghi. Era come se la città mi dicesse: qui forse non ti regalano le arance, ma ti offrono altre forme di nutrimento.
Così, negli anni, ho imparato ad abitare entrambe le ricchezze. Da una parte il calore delle relazioni semplici, dall’altra la densità culturale di una grande città. Torino mi ha insegnato il passo lungo, la progettualità, la disciplina del lavoro. La Calabria mi ha insegnato il passo umano, la centralità dei legami, il valore dell’attesa e della cura.
E mentre vivevo altrove, non ho mai smesso di restituire qualcosa alla mia terra. In questi anni ho provato a raccontare la Calabria con gli strumenti che ho: la scrittura, l’impegno culturale, la curiosità. L’ho fatto (e lo faccio) sul mio blog, nelle presentazioni di eventi culturali, collaborando con alcune testate giornalistiche per parlarne, per narrarla oltre gli stereotipi, per ricordare a me stessa e agli altri che quella terra è molto più complessa e viva di quanto spesso si racconti.
Col tempo, però, anche la Calabria è cambiata. Oggi sono consapevole che anche lì le arance si comprano. Non te le regala più nessuno con la stessa naturalezza di un tempo. Le campagne sono cambiate, i ritmi di vita pure. E anche gli spettacoli culturali non sono più così lontani come una volta: forse non sono a portata di piedi, ma certamente a portata di automobile o di viaggi organizzati. In fondo, anche le distanze culturali si sono accorciate.
Questa consapevolezza mi accompagna ogni volta che preparo o disfo una valigia. Perché il ritorno non significa ritrovare esattamente il luogo che si è lasciato. I luoghi cambiano, proprio come cambiamo noi. Tornare significa piuttosto incontrare una terra nuova con occhi nuovi.
Negli ultimi anni il pensiero del ritorno si è fatto più insistente. Non come nostalgia romantica o come fuga, ma come possibilità concreta. Dopo vent’anni di andare e tornare sento che quel filo che mi tiene legata alla Calabria non si è mai allentato davvero. Anzi, forse si è rafforzato proprio grazie alla distanza.
Vorrei provare a trasformare questo desiderio in un progetto reale. Tornare non per cancellare il viaggio, ma per portare con me tutto ciò che il viaggio mi ha insegnato. Tornare con uno sguardo diverso, con competenze, esperienze, relazioni costruite altrove. Provare a restituire ancora qualcosa alla terra da cui sono partita.
Non so ancora quando accadrà davvero. Forse tra poco, forse tra qualche anno. Ma mentre disfo le valigie per la centonovantasettesima volta, mi accorgo che questa volta il gesto ha un significato leggermente diverso.
Non è solo la fine di un viaggio.
Potrebbe essere, lentamente, l’inizio di un ritorno.
©lenotedimararechichi riproduzione vietata senza citarne la fonte
