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Ci ho pensato qualche giorno fa. Nel giorno del mio compleanno mi sono resa conto che, in fondo, viviamo di compleanni.
Non soltanto del nostro.
Viviamo aspettando che qualcosa torni.

Il primo compleanno che impariamo a riconoscere è il nostro. Da bambini lo attendiamo come un piccolo capodanno personale: una torta, le candeline, gli amici, i regali. È il giorno in cui il tempo sembra appartenere solo a noi.
Poi cresciamo e il nostro calendario si popola di altre ricorrenze. Il compleanno dei nostri figli. Quello dei genitori. Dei fratelli. Degli amici più cari. Sono date che non hanno bisogno di promemoria, perché abitano la memoria affettiva. Sono scritte in un luogo diverso dal calendario: quello del cuore.

Poi ci sono gli altri compleanni. Quelli degli amici lontani, dei colleghi, delle persone incontrate in una stagione della vita. Molti li ricordiamo perché qualcuno ce li ricorda. Una notifica compare sullo schermo, un social ci suggerisce un nome, una fotografia riporta in superficie una relazione che il tempo aveva lasciato sedimentare. E anche questo, in fondo, racconta qualcosa del nostro tempo.

La memoria, oggi, è sempre più condivisa con la tecnologia. Non ricordiamo meno. Ricordiamo diversamente.

Ma i compleanni non sono soltanto quelli delle persone. Ogni anno aspettiamo il ritorno di qualcosa che ci appartiene. Aspettiamo il Festival di Sanremo, che da oltre settant’anni accende discussioni, emozioni e colonne sonore. Aspettiamo il Salone Internazionale del Libro di Torino, dove le storie incontrano i loro lettori. Attendiamo il Festival del Cinema di Venezia, con il suo tappeto rosso affacciato sulla laguna, e il Lucca Comics & Games, capace di trasformare un’intera città in un immaginario condiviso. C’è chi aspetta Torino Jazz, Roccella Jazz, Umbria Jazz, chi il Festivaletteratura di Mantova, chi il Giro d’Italia, il campionato di calcio, la Mille Miglia, il Palio di Siena, la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, la rassegna Parole di Sera, il Natale del proprio paese, la festa del patrono, la sagra che profuma sempre della stessa estate.

Ogni comunità possiede i suoi compleanni. Ogni luogo ha il suo modo di dire: “Ci rivediamo l’anno prossimo.” È una frase semplice. Eppure contiene una promessa. La promessa che il tempo non sia soltanto qualcosa che perdiamo, ma anche qualcosa che ritorna.

Forse è questo il motivo per cui le ricorrenze ci rassicurano. Disegnano una geografia del tempo. Mettono dei punti fermi nel fluire dei giorni. Ci aiutano a misurare la vita non solo con gli anni che passano, ma con le emozioni che ritornano. Ogni compleanno è un cerchio che si chiude e, nello stesso istante, uno nuovo che comincia.

Naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia. Ogni compleanno aggiunge un numero. Il tempo passa. I bambini diventano adulti. Gli adulti scoprono i capelli bianchi. Le fotografie cambiano. Le sedie attorno alla tavola, qualche volta, cambiano anch’esse. Ci sono persone che festeggiano con noi per decenni e altre che, a un certo punto, restano presenti soltanto nel ricordo.

Anche i compleanni conoscono la nostalgia. Eppure continuiamo ad aspettarli. Perché un compleanno non è soltanto la misura del tempo trascorso. È la misura della vita vissuta. Forse dovremmo smettere di considerarli una semplice conta degli anni.

Ogni compleanno è una possibilità di fermarsi. Di guardarsi indietro senza rimpianto e avanti senza fretta. Di dire grazie alle persone che ancora condividono il cammino e di ricordare quelle che continuano ad abitare la nostra memoria.

Viviamo di compleanni. Viviamo di ciò che ritorna.

E forse è proprio questa la straordinaria invenzione del tempo: non limitarsi a scorrere in avanti, ma offrirci, anno dopo anno, l’occasione di ritrovare le persone, i luoghi, le emozioni e, qualche volta, persino noi stessi.

Per questo vale la pena festeggiare ogni compleanno. Non perché siamo un anno più vecchi. Ma perché abbiamo avuto il privilegio di arrivarci.

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